2016 gennaio 15 Articolo su L’Unità / “La sinistra e la rivoluzione renziana”

Articolo su L’Unità / “La sinistra e la rivoluzione renziana”

matteo-renzi-governoLa risposta all’articolo di Luigi Berlinguer sul socialismo Il ruolo attuale del polo moderato-riformista

Caro Direttore,

le sembrerà singolare – vista la mia collocazione politica dalla seconda metà degli anni ‘90 a oggi prima in Forza Italia, poi nel Nuovo Centro Destra – tuttavia la riflessione di Luigi Berlinguer sul socialismo mi ha molto interessato sia perché la mia cultura è sempre rimasta di stampo liberalsocialista, sia per le sue ricadute attuali. Ma ritornerò nelle conclusioni sulle ragioni di fondo della mia “discontinuità” nella collocazione politica.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale molto a lungo il cosiddetto compromesso socialdemocratico è risultato vincente in molti paesi dell’Occidente.

Il Welfare State e l’occupazione crescente hanno costituito una mediazione sociale profonda anche rispetto alla radicale conflittualità fra le classi previste da Marx.

Da un certo momento in poi, però, anche la linea socialdemocratica ”classica” è stata messa in questione perché risultata burocratica e dirigista e in contraddizione con il salto tecnologico delle imprese e con le loro esigenze di  dinamismo e di flessibilità. E’ a quel punto che, specie in USA e in Inghilterra, è scoppiata la “rivoluzione conservatrice” di Reagan e della Thatcher che ha “bucato” l’egemonia socialdemocratica e ha spazzato via i vincoli che condizionavano il libero sviluppo dell’attività imprenditoriale e ha posto in essere una crescente deregolamentazione. Il fondamento teorico di tutto ciò è stato il liberismo. In seguito a questa deregolamentazione si è sviluppata anche una finanziarizzazione sempre più spinta dell’economia.

Ora, come aveva previsto Rudolf Hilferding nel suo libro “Il capitale finanziario” l’eccesso di finanziarizzazione può provocare lo strangolamento delle forze imprenditoriali e lo sconvolgimento dello stesso sistema bancario e creditizio. Da ciò è derivata la crisi del capitalismo finanziario americano. Tutto ciò ha inferto un colpo durissimo al liberismo teorico e pratico e ha dato spazio ad un riformismo di tipo nuovo che non costituisce un ritorno allo statalismo socialdemocratico tradizionale ma che però afferma l’esigenza di regolare il mercato, di rinnovare ma non smantellare il welfare, di realizzare investimenti pubblici e di assicurare flessibilità alla forza lavoro per aumentare la produttività anche attraverso lo sviluppo della contrattazione aziendale e della collaborazione fra imprenditori e lavoratori.

Qui veniamo allo sbocco nel nostro paese di queste contraddittorie tendenze e al percorso politico assai tortuoso sia del centro-sinistra sia del centro-destra.

La chiave di lettura che do della “rivoluzione renziana” nel PD deriva dai profondi limiti politici e culturali che caratterizzavano il partito derivato dal cambio di nome del PCI. Non c’è stato il passaggio dal comunismo ad un innovativo riformismo liberalsocialista, ma sono prevalse forme politiche assai contraddittorie in una stretta  connessione con quel giustizialismo che attraverso Mani Pulite nel ’92-‘94 ha consentito, però, agli eredi del comunismo di prendersi una sorta di rivincita storica eliminando dalla scena la DC, i partiti laici e specialmente l’odiato PSI di Craxi. Questo limite profondo del post-comunismo è stato avvertito da vasti settori della società italiana e ha dato respiro e spazio, dal 1994 al 2010, all’alternativa berlusconiana. A quel punto due anomalie di opposto segno si sono combattute dando vita ad un bipolarismo atipico: il partito post-comunista fondato sull’uso politico della giustizia e sul massimalismo sociale della CGIL e il partito-movimento  di Forza Italia fondato sulla leadership carismatica di Berlusconi, sul conflitto di interessi, sulla straordinaria capacità del leader di fondare una nuova egemonia di carattere nazional-popolare attraverso l’uso politico del mezzo televisivo.

La ragione profonda della mia “discontinuità” di collocazione politica sta nel fatto che ho ritenuto del tutto ingiusta l’unilateralità di Mani Pulite che aveva concentrato i suoi colpi solo su Craxi e il PSI, i partiti laici e il centro-destra della DC, mentre invece Tangentopoli era un sistema di finanziamento irregolare che coinvolgeva tutte le grandi imprese e tutti i partiti, PCI compreso. Da questa valutazione è discesa la mia scelta di sostenere Berlusconi che, nella fase andata dal 1996 al 2008, ebbe anche il merito di dar voce e spazio politico al revisionismo culturale di stampo cattolico e a quello liberalsocialista (a partire da Lucio Colletti e ad una parte della classe dirigente socialista).

Ora a mio avviso, dal 2010 in poi Berlusconi ha distrutto la parte migliore del suo progetto per cui, per usare la famosa frase di Berlinguer sull’URSS, è finita la sua spinta propulsiva nella società italiana e nello stesso centro-destra tant’è che oggi quest’ultimo è segnato dall’egemonia del populismo lepenista della Lega Nord. La partecipazione di Berlusconi al comizio della Lega Nord a Bologna ha segnato un autentico trapasso di leadership. Ora proprio l’avvenimento di Bologna richiede all’NCD e a tutti i centristi che appoggiano il governo Renzi un salto di qualità, cioè la nascita del polo moderato-riformista come secondo punto di riferimento della maggioranza di governo.

Infatti nel 2013 c’è stata una duplice sconfitta, quella del berlusconismo, per cui il PDL ha perso circa 6 milioni di voti, e quella del PD guidato da Bersani perché ben 3 milioni di elettori hanno rifiutato il “continuismo” della “ditta” tradizionale. Ora queste due sconfitte hanno prodotto per un verso l’ascesa imprevedibile del Movimento 5 Stelle e per altro verso hanno provocato due risposte, una minoritaria nel centro-destra, quella del NCD di Alfano, e una maggioritaria nel PD, quella di Renzi. Non va sottovalutato il senso profondo di ciò che ha ad un certo punto rappresentato il NCD: pur avendo tenuto a battesimo il governo Letta, dopo una condanna che considero ingiusta Berlusconi è stato preso da una sorta di disperazione distruttiva e nichilista e ha voluto buttare tutto per aria. L’esito di quel colpo di testa sarebbe stato catastrofico perché avrebbe portato dritto ad elezioni anticipate con la probabile vittoria del Movimento 5 Stelle. Ci saremmo trovati allo sbando, in una situazione di tipo greco.

Allora l’NCD non ha posto in essere un’operazione trasformistica ma ha svolto il ruolo di una sorta di “croce rossa” per il salvataggio delle istituzioni. Dall’altro lato nel PD c’è stata la presa di coscienza della necessità di un salto di qualità sul terreno di un riformismo autentico di stampo liberal-socialista che ha dato vita alla “rivoluzione renziana” che si è esplicitata in una leadership politica e mediatica fondata anche su una grande velocità e incisività di realizzazione.

A mio avviso vanno evitati due errori. Renzi deve evitare di ritenere che la sua fortissima leadership si possa tradurre in una presunzione di autoreferenzialità. Infatti il suo programma di fondo è così ambizioso che richiede il sostegno di un arco vasto e solido di forze politiche. Mi sembra che il disegno di Renzi sia quello di una riforma globale dello stato e della società italiana, dal quadro istituzionale all’amministrazione pubblica, alla spesa pubblica, alle politiche industriali, alle relazioni del lavoro, all’ambiente. Questo salto di qualità è decisivo per aprire con l’Europa e in primo luogo con la Germania una vertenza di fondo non di tipo aggressivo (i famosi pugni sul tavolo), ma basato su un confronto assai serio allo scopo di determinare un mutamento profondo: un passaggio dalla linea dell’austerità a quella della crescita. D’altra parte senza questo “cambio” l’Europa rischia di andare in mille pezzi.

Per ottenere questo obiettivo bisogna davvero cambiare l’Italia, e anche ristrutturare il sistema politico.

Allora Renzi è di fronte ad una scelta: o rivoluziona tutta la forma politica del PD dando vita ad un partito della nazione che ingloba in sé stesso sia la sinistra blairiana sia il centro riformatore oppure se, come oggi appare più probabile, egli intende concentrare tutta la forza della sua leadership nell’innovazione riformista e liberalsocialista del PD, allora a sua volta il vasto arcipelago di centro deve fare un salto di qualità e deve dar vita all’aggregazione politica, culturale e sociale dei “moderati-riformisti” dando anima e dignità politica all’arcipelago di sigle tuttora in campo che allo stato appare “un volgo disperso che nome non ha”.

E’ indispensabile non solo dare un’autentica soggettività politica a circa cento deputati e a cinquanta senatori, ma specialmente costruire un riferimento politico a una vasta area culturale e sociale che non si riconosce né nel centro-destra a egemonia populista-razzista né nel PD, ma che ha nel governo Renzi il punto di riferimento per cambiare l’Italia.

Le due cose, a mio avviso, sono interdipendenti: al di là dei successi mediatici una leadership di stampo riformista con alle spalle un partito tuttora assai composito, condizionato da una minoranza riottosa, non ce la può fare a riformare l’Italia se non ha il sostegno non di un frastagliato arcipelago centrista, ma di un centro moderato dotato di una autonomia politica e programmatica; a loro volta le varie sigle “centriste” non possono pensare di superare l’attuale legislatura e di avere un futuro politico se non si danno un’anima politica e culturale segnata da un’autentica novità rispetto alle varie storie precedenti.

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