2017 marzo 14 Articolo sull’Huffington Post / “A proposito dell’eutanasia e della legge sul fine vita”

Articolo sull’Huffington Post / “A proposito dell’eutanasia e della legge sul fine vita”

Prima di esprimere le mie valutazioni di fondo, che sono in dissenso da quelle del mio gruppo, quello del Ncd, voglio esprimere il mio rispetto e la mia comprensione per chi ha posizioni diverse dalla mia su tutto, sia sull’eutanasia  sia sulla valutazione di merito sulla proposta di legge del fine vita  assistito.

A questo proposito prendo come punto di riferimento il bellissimo libro di Socci  su sua figlia: c’è la scelta, insieme personale, etica e culturale, di resistere malgrado tutto, di resistere con il sacrificio e la voglia di vivere della persona colpita, con l’abnegazione dei familiari, di resistere, malgrado il dolore, alla menomazione del corpo, al blocco di una parte dei sensi e delle stesse capacità espressive.

Questa scelta di resistere malgrado tutto ha il mio massimo rispetto, ma si deve avere altrettanto rispetto per le scelte culturali ed esistenziali nei confronti della malattia, del dolore, della menomazione di segno del tutto diverso, sia sul piano del comportamento personale sia sul piano culturale.

Sul piano culturale siamo di fronte a posizioni di fondo che sono molto diverse: c’è la posizione di chi ritiene, sulla base del proprio credo religioso, che la vita dell’uomo abbia una sacralità che le deriva da Dio, per cui la sua etica considera come assoluto principio la non disponibilità della vita. Sulla base di questo principio, si contesta alla radice l’eutanasia e, nelle versioni più integrali di questa posizione, anche le dichiarazioni anticipate di volontà ai fini del trattamento sanitario di fine vita, che è cosa del tutto diversa dall’eutanasia.

Invece, secondo la concezione laica, nella quale io mi riconosco e che non deriva dal 1968, c’è un’alta considerazione dell’individuo, della persona, e si ritiene che di questa dignità della vita umana faccia parte anche la libertà di poter disporre della propria esistenza nel caso in cui si ritenga di non poter più sopportare il dolore fisico e psichico determinato da una deriva negativa della propria vita.

Ora, so bene che il tema dell’eutanasia non è presente nel disegno di legge in discussione alla Camera, ma questa occasione va colta per dare la voce a chi dentro il Parlamento e fuori di esso sostiene che a questa scelta è auspicabile che prima o poi venga dato un riconoscimento giuridico.

Voglio richiamare sul merito quello che ha scritto Umberto Veronesi: “non posso condannare – egli scrive – chi ricorre al suicidio perché pensa che la vita gli sia diventata un peso troppo gravoso a causa di una malattia che provoca dolore e disabilità. Questo non vuol dire che io sia a favore del suicidio; rivendico il diritto della persona di disporre della propria vita, se la giudica intollerabile. Il principio assoluto di non disponibilità della propria vita da parte degli esseri umani sequestra la libertà individuale.” Così Veronesi.

Se si pensa, poi, alle forme cruente e violente attraverso le quali si esprime il suicidio in assenza di un’eutanasia che lo consenta legalmente, si ha la misura di come si accentua, a mio avviso per ragioni ideologiche, una sofferenza che già di per sé è molto profonda.

Fino al 2010 l’Istat dava conto del movente dei suicidi; ebbene, ogni anno circa mille di essi erano provocati dalla malattia. Dietro questa tematica, però, c’è qualcosa di profondo che attiene al fondamento della civiltà occidentale, della quale do un’interpretazione fondata sul principio di contraddizione, sulla dialettica fra la cultura giudaico-cristiana e la cultura dell’Illuminismo. Sulla concordia di queste culture sono fondate la nostra storia e la nostra civiltà, la civiltà occidentale. Orbene, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, redatta in Francia nel 1789, all’articolo 4 si afferma che cos’è la libertà individuale.

“La libertà consiste nel poter far tutto ciò che non nuoce ad altri. L’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento degli stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalle leggi.” Qualche anno fa, un mese prima della sua morte, Indro Montanelli scrisse sul Corriere della Sera: “Io non mi sono mai sognato di contestare alla Chiesa il suo diritto di restare fedele a se stessa, cioè ai comandamenti che le vengono dalla dottrina. La dottrina, cioè il verbo attribuito al Signore, prescrive che l’uomo debba ignorare il giorno della propria morte. È più che naturale, e non vedo come potrebbe essere altrimenti, ma che si pretenda di imporre questo comandamento anche a me, che non ho la fortuna – e la prego di fare attenzione alle mie parole, dico e ripeto, non ho la fortuna di essere un credente – cercando in ogni modo di travasarlo nella legge civile, in modo che diventi obbligatorio anche per noi non credenti, le sembra giusto? A me no.” Così Montanelli.

So bene che questa tematica è estranea alla parte normativa della legge di cui stiamo discutendo, ma questo, che per altri è un pregio o una giustificazione di essa, per me è un limite. Quanto a questa legge essa non dovrebbe suscitare reazioni neanche nei cattolici, se si tiene conto della risposta che papa Pio XII dette nel 1957 a un gruppo di medici che gli avevano chiesto: “La soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici è permessa dalla religione e dalla morale cattolica al medico e al paziente, anche all’avvicinarsi della morte e se si prevede che l’uso dei narcotici abbrevierà la vita?” E papa Pacelli rispose: “Se non esistono altri mezzi e se nelle date circostanze ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali, sì.”

Nella legge in discussione si riconosce a ogni individuo la libertà di scelta per quando non sarà più in grado di farlo. Siamo di fronte a una dichiarazione di volontà a futura memoria. Ovviamente, il medico è tenuto al rispetto della Dat. Mi sembra ragionevole, invece, chiedere che la Dat risalga a un numero limitato di anni precedenti, perché si può sempre cambiare parere.

Tutto ciò vuol dire che le Dat vanno gestite con grande equilibrio nel rapporto fra il medico, il malato, il fiduciario, la famiglia. Non mi sembra, quindi, che in questa legge ci sia una sottovalutazione del ruolo del medico, ma le cose rimarrebbero esattamente come sono adesso, se non ci fosse il vincolo costituito dal rispetto della dichiarazione della Dat.

In sostanza, a mio avviso, ci troviamo di fronte a una legge assai equilibrata, frutto di quella che chiamerei una mediazione creatrice.

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