2017 marzo 29 Articolo su Il Dubbio / “Un Centro forte, solo così l’Italia potrà uscire dalla crisi”

Articolo su Il Dubbio / “Un Centro forte, solo così l’Italia potrà uscire dalla crisi”

Fortunatamente è risultato evidente a molti, se non a tutti, che era un errore tragico anticipare le elezioni a giugno perché esse avrebbero del tutto destabilizzato un quadro politico già colpito al cuore con il voto sul referendum del 4 dicembre, avrebbero avuto il senso di un parossistico tentativo di rivincita con il forte rischio di una “riperdita”, avrebbero dato la sensazione che sia il centro-destra sia il centro-sinistra erano del tutto allo sbando con le ovvie conseguenze di dare dell’ulteriore propellente al M5S.

Di conseguenza oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il governo Gentiloni sono gli unici punti fermi e gli unici elementi di stabilità in una situazione per molti altri versi allo sbando. Ciò è stato confermato anche nell’anniversario del 25 marzo: per un verso il presidente del Consiglio Gentiloni è riuscito a inserire nel documento finale le posizioni dell’Italia sulla crescita, sulla solidarietà, sull’immigrazione per altro verso il ministro Minniti ha assicurato in modo pieno l’ordine pubblico.

E’ invece del tutto allo sbando il quadro mediatico-comunicativo del paese, così come è stato analizzato da Giuliano Cazzola nel Foglio (“Contro l’Europa delle canaglie”). Infatti in tutti i talk show c’è una gara a enfatizzare la “damnatio” della “casta”, con il rischio di buttare dalla finestra non solo l’acqua sporca ma anche le istituzioni democratiche, e dell’Europa, con il rischio che il rifiuto tout court dell’Unione Europea si traduca nella sequenza nazionalismo-razzismo-populismo che non è una novità, perché è la miscela che ha provocato due guerre mondiali e altro ancora.

L’insistenza sulla contrapposizione di una società civile pura e incorrotta ad una “casta” corrotta e inefficiente, cavalcata anche da quotidiani come il Corriere della Sera, ci porta a rilevare che in questo modo si vuol manipolare in modo profondo la realtà dirottando la rabbia di poveri, disoccupati, emarginati contro il facile bersaglio della classe politica per far dimenticare gli elevatissimi livelli retributivi non solo dei vertici amministrativi dello stato ma specialmente di manager e  banchieri: a fronte dei 100-150mila euro annui della “vil razza dannata” dei parlamentari stanno il milione, i due milioni minimi della retribuzione dei banchieri, per non parlare poi delle loro liquidazioni: in occasione della nomina di Profumo ad amministratore di Finmeccanica è emerso che egli ha ricevuto come liquidazione da Unicredit 40 milioni di euro.

Abbiamo anche visto quali danni hanno fatto alcuni di questi banchieri ai risparmiatori e al bilancio dello Stato ma tutto ciò è rimasto nella penna di Rizzo e Stella e dei loro imitatori. E’ evidente che il primo risultato di tutta questa parossistica agitazione contro “la casta” va a sostegno dell’unica forza politica, il Movimento 5 Stelle, che ha fatto di stipendi, scontrini, antipolitica spicciola la sua ragion d’essere. Su questi scontri “miserabili”, esaltati da tutte le TV e da quasi tutti i giornali, si sta sviluppando un’autentica sceneggiata sulla rete. Questa rissa si svolge avendo addosso il terrorismo islamico, le migrazioni di massa, la crisi dell’Europa e per certi aspetti dell’intero Occidente. Perdipiù l’affermazione di spregiudicati leader autoritari come Putin ed Erdogan e la vittoria di Trump in Usa mettono in questione i paradigmi tradizionali della politica estera. Non parliamo, poi, dei nodi strutturali costituiti da recessione, disoccupazione, bassi salari, alto debito pubblico, drammatica carenza di investimenti pubblici e  privati. Se questo è lo sfondo non è che il quadro delle forze politiche in campo è molto confortante, anzi. Partiamo dalla sinistra.

A nostro avviso la scissione del PD può avere effetti destabilizzanti. A fronte della nascita di un partito del 3% la “casa madre” viene scossa da tutti i punti di vista, anche nel confronto con il M5S. Nella sua guasconeria Renzi evoca il 40%, ma allo stato il PD è sotto di 10-15 punti rispetto a questo desiderio. La scissione comunque mette in evidenza la crisi di fondo del PD che non è riuscito in alcun modo ad amalgamare le sue componenti originarie (gli ex-comunisti e gli ex sinistra DC) che per di più si sono frantumate in numerose sottocorrenti fra loro contrapposte. Partendo da questo “vuoto politico-culturale” (più volte messo lucidamente in evidenza proprio da Alfredo Reichlin) la scissione può avere effetti devastanti. A nostro avviso la responsabilità politica della scissione è innanzitutto di chi l’ha fatta, volendo costruire, a seconda dei guasti, una zattera, un catamarano o un rifugio alpino “per la nostra gente”, che vuol dire dichiarare già in partenza un’operazione di nicchia. Già adesso emergono in questa scelta contraddizioni evidenti quali il possibile indebolimento di un governo che Renzi vede già come un governo “amico” da far cadere nel primo autunno, come le foglie.

Ma la scissione poi può produrre effetti politici ancor più laceranti qualora essa sia ispirata dalla analisi di Bersani secondo la quale il M5S sarebbe “il nuovo centro” con il quale la sinistra dovrebbe ricercare l’intesa. Bersani ripropone una linea che già aveva portato il PD ad una mezza catastrofe nel 2013. La prima vittima di quella catastrofe fu lo stesso  Bersani e la vittoria di Renzi fu il frutto sia dei suoi meriti sia della catena di errori commessi dai suoi avversari. Il fatto è che la posizione di Bersani si fonda su un totale fraintendimento proprio della natura del M5S, cioè, come si diceva ai bei tempi, è inficiata alla radice da un “errore di analisi”. Il Movimento 5 stelle è esattamente il contrario di un qualunque “centro”, perché esso esprime una miscela estremista fondata sulle combinazione di posizioni di estrema destra e di estrema sinistra che vengono tenute insieme perché vengono gestite con mano di ferro da un leader atipico (Grillo) e da una società del web (la Casaleggio associati).

L’eterogeneità delle posizioni è tale che esse possono essere ricondotte a provvisorie sintesi solo da una leadership autoritaria: qualunque concessione al “dibattito” si tradurrebbe in una frantumazione. A rendere più inquietante questa miscela fra destra-sinistra, come del resto la deriva lepenista della Lega di Salvini (ben diversa dalla Lega Nord di Bossi) sono i rapporti sempre più evidenti che entrambi questi movimenti hanno con Putin che ha un disegno di destabilizzazione dell’Europa. Quindi ben altro che il M5S come “movimento di centro” con cui allearsi contro la “robaccia di destra”. Per essere franchi fino in fondo, però, della scissione del PD non sono responsabili solo coloro che l’hanno fatta, ma anche chi non l’ha impedita cioè Renzi, che anzi, ipotizzando di completare l’opera di rottamazione in sede di formazione delle liste per le prossime elezioni, in un certo senso ha contribuito a creare quello stato d’animo tipico del “si salvi chi può” che porta dritto ad una scissione intesa come misura di “conservazione della specie”.

Veniamo qui ad un nodo decisivo della situazione politica. Noi siamo fra quelli che pensavano che Renzi, insieme a un PD fortemente rinnovato perché finalmente approdato all’esito riformista, poteva diventare l’unico vero antemurale per resistere ai “barbari” (cioè ai grillini e ai leghisti) con un programma innovatore e riformista. Non ci è mai sfuggito il fatto che nella personalità di Renzi convivono due componenti, quella riformista-innovativa e quella carismatica-autoritaria. Adesso non vorremmo che, nella logica dello scontro apertosi nel PD, la seconda componente finisca col prevalere sulla prima anche per il condizionamento di giovani “conservatori” alla Orfini. In ogni caso è evidente che da solo Renzi “non ce la fa”, perché egli comunque non è autosufficiente sul terreno di un pieno riformismo.

Già nella fase precedente Renzi ha avuto bisogno sia di Alfano e dell’NCD sia del patto del Nazareno con Berlusconi. Già la rottura con Berlusconi ha complicato molto le cose. Adesso nel congresso del PD emergono posizioni integraliste o volte al recupero della vecchia ditta, che sono destinate a far refluire il PD su posizioni conservatrici (e perdenti) sul terreno programmatico. E’ ancora da capire inoltre quali sono le reali intenzioni di Renzi una volta che ha vinto il congresso. E’ forte la sensazione che ci sia ancora in lui la tentazione di porre in essere una sorta di surrenchere “programmatica” sul governo che potrebbe avere per sbocco elezioni comunque anticipate (“quos deus vult perdere, perdidit”): qualora fosse questa l’ipotesi di Renzi allora ai grillini basterebbe rimanere fermi e silenziosi, tanto ci sarebbe addirittura il segretario del PD a lavorare per loro. D’altra parte l’affermazione che non si devono aumentare le tasse può voler dire solo due cose: o si interviene sul lato del taglio della spesa pubblica corrente (ma questo è stato proprio l’anello mancante della politica economica del governo Renzi, apprezzabile sotto molti aspetti ma del tutto carente sul terreno della spending review) oppure si mette nel conto il rischio di una procedura d’inflazione con conseguenze imprevedibili sullo spread.

Sull’altro versante il centro-destra è tuttora in uno stato confusionale. La linea di Salvini e della Meloni è chiara: il centro-destra si può ricomporre solo se Berlusconi accetta la linea sovranista e lepenista. Ciò che non è chiaro è quello che vuol fare davvero Berlusconi. Berlusconi non può pensare di risolvere il contenzioso con Salvini sull’Europa e sull’euro con qualche imbroglio come la mistificazione della doppia moneta che non sta né in cielo né in terra. Per altro verso Berlusconi avrebbe anche l’occasione di fare una scelta strategica sul centro, per intenderci dando vita ad un’”operazione PPE” sul modello dell’elezione Tajani” ma per farla occorrerebbe un grande coraggio politico finora non emerso. In ogni caso la vita politica italiana è segnata da una doppia sfida destabilizzante, quella ad opera del M5S e quella della Lega di Salvini entrambe con uno sponsor internazionale, la Russia di Putin.

Rispetto a tutto ciò, allora, bisogna avere il coraggio di prendere il toro per le corna come in Francia ha fatto Macron. Il senso del cambio del nome di NCD in Alternativa Popolare è quello di dar vita a un posizione di centro che rivendica una scelta europeista, riformista, garantista. Bisogna cambiare l’Europa, le istituzioni, la spesa pubblica, le relazioni di lavoro, la giustizia ma in un senso evolutivo e riformista non per buttare via non solo l’acqua sporca ma anche il bambino. Sappiamo bene che non si tratta di una posizione “affascinante” ma a nostro avviso esiste nel paese un’area sociale, culturale, politico-elettorale di tipo riflessiva, moderata, gradualista, che non si riconosce né nel centro-destra né nel PD e che peraltro è nettamente contrapposta ai sovranisti e ai populisti, alla Lega così come al M5S. Chi affronta queste posizioni a viso aperto, e non inseguendole come talora fa Renzi, ha la chance di ottenere dei consensi.

A nostro avviso solo un centro autonomo e non subalterno può favorire la distinzione di Berlusconi dal lepenismo e ricondurre Renzi a privilegiare una autentica scelta riformista, senza provare a inseguire i grillini sul loro stesso terreno. Molta è la confusione sotto al cielo. Non c’è proprio spazio per posizioni che non siano nette e chiare.

I rischi per l’Italia sono gravissimi. Un conto è misurarsi con l’Europa nei termini seri con cui lo stanno facendo Gentiloni e Padoan, un altro conto è farlo con un taglio guascone tutto volto a mimare grillini e leghisti. I rischi che l’Italia corre oggi, e quelli che ancor di più correrà nel futuro, sono quelli delineati da Michele Salvati nel suo articolo sul Corriere della Sera: rischi politici, finanziari e nella tenuta della democrazia.

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