2017 maggio 30 Articolo sull’Huffington Post / “In Italia non abbiamo Macron, ma Micron”

Articolo sull’Huffington Post / “In Italia non abbiamo Macron, ma Micron”

Quello che contestiamo non sono solo gli effetti (il tipo di legge elettorale) ma le cause, e cioè la forsennata accelerazione dei tempi delle elezioni posta in essere da Renzi che così punta alla liquidazione di un altro governo presieduto da un esponente del PD: ieri è toccato a Letta con un attacco frontale, oggi a Gentiloni in forme più oblique.

Che le cose stiano così è dimostrato dall’accusa rivolta ad Alfano e ad Alternativa Popolare del delitto di lesa maestà per non essersi impegnati perinde ac cadaver per le elezioni anticipate nel giugno di quest’anno e quindi per non aver svolto il ruolo di killer del governo Gentiloni. Dopo la sconfitta del referendum il 4 dicembre 2016 Renzi voleva una rivincita immediata qualche mese dopo. A nostro avviso esistono due ragioni di fondo per cui la scelta di liquidare il governo Gentiloni per andare ad elezioni immediate è totalmente sbagliata. La società italiana è in una condizione economico, sociale, psicologica così stressata da non aver bisogno di essere sottoposta ad altri stress proprio da parte del partito di maggioranza relativa, il PD, che insieme ai centristi ha invece la responsabilità della crescita, delle riforme, della stabilità.

Il governo Gentiloni gode di una notevole credibilità internazionale, in Italia è rispettato e non provoca opposizioni frontali. Ebbene questo governo di qui all’autunno deve mettere il paese in sicurezza realizzando una manovra economica anche molto rigorosa, operando tagli seri alla spesa pubblica, riducendo la pressione fiscale sul cuneo puntando su nuovi investimenti pubblici e privati e poi facendo i conti con l’Europa in modo serio, un’Europa che, come stanno dicendo sia la Merkel sia Macron, di fronte a Trump deve fare un salto di qualità. Invece la fuga dalle responsabilità è quanto di peggio ci possa essere. Il rischio è quello di rinviare tutte le scadenze di politica economica andando incontro all’esercizio provvisorio e all’aumento degli spread. Macron ha preso di petto il lepenismo e il populismo in nome di una strategia complessiva, riformista ed europeista.

In Italia rischiamo di avere non Macron, ma Micron, cioè una sorta di caricatura del modello francese. Il PD sotto la guida di Renzi sta scivolando verso una deriva che subisce l’egemonia “culturale” del M5S, un autentico paradosso perché Grillo e Casaleggio hanno dato vita  ad un movimento del tutto privo di una dimensione culturale. Ma questa egemonia sostanziale si estrinseca in una deriva dell’antipolitica. Così stiamo andando dalla liquidazione dell’unica forma politica di governabilità oggi in campo, cioè il governo Gentiloni, alla corsa forsennata alle urne, al blocco per mesi della politica economica, alla liquidazione retroattiva dei vitalizi.

Tutto ciò è stato fatto perché l’obiettivo autentico non è quello di una buona legge elettorale ma quello delle elezioni anticipate. Sul terreno della legge elettorale nello spazio di pochi giorni si è passati da un sistema elettorale a impostazione maggioritaria (il verdinellum ribattezzato rosatellum) ad uno di segno opposto, di segno proporzionale. Il tedeschellum è partito all’insegna di un’intesa fra i partiti dell’establishment, cioè del PD e di Forza Italia. Non appena però i grillini e i leghisti si sono resi conto che l’intesa sul “simil tedesco” porta alla liquidazione di un governo serio e così si mette a rischio qualsiasi equilibrio presente e futuro, ecco che il M5S e la Lega si sono prepotentemente inseriti nella situazione portandola fino alle estreme conseguenze (richiesta di elezioni a settembre). Così Renzi nella sua forsennata volontà di tornare quanto prima alla presidenza del Consiglio rischia di essere una sorta di apprendista stregone di Grillo e di Salvini. Ora non c’è nessuna certezza che questo sistema elettorale porti con sé anche la governabilità. In questo quadro rientra anche la scelta di puntare tutto su uno sbarramento alto al 5%.

Con lo sbarramento del 5% Renzi punta ad eliminare la rappresentanza (pari a più di tre milioni di voti) di tre aree politiche: la sinistra che ha fatto la scissione più quella estrema, i centristi ripagati per aver salvato la legislatura e appoggiato i governi Letta, Renzi, Gentiloni, la destra di FdI della Meloni e La Russa. Questo sbarramento è un furto di voti e di elettori fatto dal M5 Stelle e dal PD, che guadagnano in modo forzato e truffaldino seggi non loro. A quel punto, secondo Renzi, posti di fronte al pericolo Grillo, l’elettorato di sinistra e di centro rifluirà verso il voto utile al PD. Non è affatto detto che le cose andranno così. A sinistra è possibile che prevalga il “primum vivere” e che si arrivi ad un’aggregazione unitaria, che sarà fondata sull’antirenzismo. Al centro è possibile che si arrivi ad un’aggregazione unitaria fra tutti i movimenti riformisti e moderati che saranno alternativi sia al centro-destra sia al PD guidato da Renzi e che cercheranno di dar voce a tutti quei ceti produttivi, imprenditori, artigiani, commercianti che cercano una aggregazione razionale, riflessiva, costruttiva. Nel centro-destra, poi, Fd’I può sempre evitare rischi facendo un’intesa con Salvini che quindi ne sarebbe rafforzato.

Non si venga poi ad equiparare sul terreno delle date (il 24 settembre) la situazione italiana con quella tedesca. Forse Renzi non se ne è accorto ma in Germania la campagna elettorale è in corso da mesi. In Italia, invece, le liste verrebbero presentate a metà agosto e la campagna elettorale si svolgerebbe mentre la gente è sui monti e al mare: un bell’incentivo all’assenteismo o al voto di protesta.

Purtroppo non c’è nulla di simile fra Macron e Renzi. Macron ha fatto il vero partito della nazione facendo un’operazione di sfondamento culturale e politico nei confronti sia dei socialisti, sia dei centristi. Renzi pensa di essere alternativo ai grillini mettendosi sul loro stesso terreno (la rottamazione, l’antipolitica, la rottura della stabilità, la liquidazione del governo Gentiloni, i pugni sul tavolo in Europa etc.): ancora non si è reso conto che, mettendola così, c’è il rischio che gli elettori preferiscano l’originale (cioè Grillo) alla copia.

A suo tempo Enrico Berlinguer coniò lo slogan: il partito della crisi e dell’avventura. Esso si adatta in modo straordinario al PD a trazione renziana.

 

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