2017 luglio 25 Articolo su Il Dubbio / “Cronaca di quattro disastri di stati (Falcone, Borsellino, G8 e mafia capitale)

Articolo su Il Dubbio / “Cronaca di quattro disastri di stati (Falcone, Borsellino, G8 e mafia capitale)

Quasi ci fosse una lucida regia (e non c’è stata), una serie di vicende politico-giudiziarie di grandissimo rilievo sono arrivate, contemporaneamente al pettine avendo però una attenzione assai relativa da parte della stampa malgrado che siano emerse cose assai gravi. Elenchiamo nell’ordine: gli assassini di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, il G8 di Genova, la vicenda di Mafia Capitale. Procediamo con ordine e in modo necessariamente schematico.

Per ciò che riguarda tutta la vicenda politica, giudiziaria e umana di Giovanni Falcone è oramai emerso un modo quasi evidente che egli ha avuto contro la maggioranza della magistratura organizzata in correnti, in primo luogo Magistratura Democratica. Il discorso fatto da Elena Paciotti, di MD, al CSM a favore di Meli come consigliere istruttore a Palermo e contro Falcone, può essere affissa a un’ideale colonna infame. Falcone ebbe contro anche larga parte del PDS (tranne Gerardo Chiaromonte) e Leoluca Orlando. Del tutto emarginato egli fu recuperato all’azione politico-giudiziario da Claudio Martelli allora ministro di Grazia e Giustizia su sollecitazione di Francesco Cossiga. Contro l’ipotesi di Falcone superprocuratore antimafia si scatenarono il PDS e l’Unità (vedi l’articolo di A. Pizzorusso su l’Unità del 12 marzo 1992 dal titolo: “Falcone superprocuratore? Non può farlo vi dico perché. Il principale collaboratore del Ministro non dà più garanzie di indipendenza”) e Magistratura Democratica.

Contro l’ipocrisia subentrata alla guerra aperta dopo la strage si scagliò Ilda Boccassini che fece a pezzi Gherardo Colombo in un’assemblea commemorativa a Milano.” Anche voi avete fatto morire Falcone con la vostra indifferenza e le vostre critiche… Voi che diffidate di lui. E tu Gherardo Colombo, ti che diffidavi di Giovanni, che sei andato a fare al suo funerale? L’ultima ingiustizia l’ha subita proprio da voi di Milano, gli avete mandato una rogatoria per la Svizzera senza gli allegati. Mi telefonò quel giorno e mi disse ‘che tristezza non si fidano del direttore degli Affari Penali’”. Nessuno di costoro ha mai fatto un’autocritica: dopo il suo assassinio lo chiamano “Giovanni” per esibire un rapporto di familiarità e di amicizia che non c’era affatto quando egli era vivo.

Per ciò che riguarda Borsellino è emerso in modo clamoroso che da vivo egli non fu tutelato a sufficienza (chiese che venissero tolte le auto sotto casa di sua madre e la questura di Palermo non lo fece). Per quello che riguarda le indagini esse furono svolte dai magistrati incapaci (fra cui Di Matteo) che abboccarono come dei polli ad un depistaggio posto in essere, però, da autorevoli esponenti della polizia come Gioacchino La Barbera che costruì con minacce e botte (poste in essere anche da suoi subalterni) “l’operazione Scarantino” che comportò le condanne all’ergastolo di 10 persone innocenti: anche in quel caso Ilda Boccassini, allora a Caltanissetta, si era fatta sentire sostenendo l’inattendibilità del pentito, ma nessuno le diede retta. Su entrambi questi casi non c’è stata alcuna autocritica da parte della magistratura che nei confronti di Falcone sbagliò giudizio politico (ma alcuni magistrati lo boicottarono concretamente), nei confronti di Borsellino ha sbagliato le indagini e una volta accertato l’errore grazie a un pentito né le ha riaperte né ha fatto davvero un’autocritica.

In tutti questi anni i sepolcri imbiancati del CSM hanno guardato da un’altra parte; solo adesso grazie al vicepresidente Legnini è stato pubblicato un volume riguardante Borsellino. Per parte loro i demagoghi hanno agitato l’”Agenda Rossa” ma c’è voluta la recente denuncia della figlia di Borsellino Fiammetta per rimettere a fuoco tutta la vicenda. Su tutte queste vicende ci sarebbe un’ampia materia per una Commissione d’inchiesta parlamentare.

Invece sul G8 a Genova finalmente è arrivata l’autocritica del capo della polizia Gabrielli. Quello che fu fatto dalla polizia Diaz e a Bolzaneto è stata una manifestazione di cecità e di brutalità. Tutta la gestione dell’ordine pubblico a Genova fu sbagliata, non certo per responsabilità del governo: Berlusconi che non aveva capito per nulla quello che si preparava si occupò per mesi dell’arredo urbano di Genova, Scajola trattò con tutti i gruppi in campo per evitare incidenti, in primis con Rifondazione Comunista. Dall’altra parte Rifondazione Comunista, scelta come interlocutore privilegiato, non fu in grado di essere una reale controparte. Per altro verso erano in campo alcune migliaia di guerriglieri venuti a Genova per mettere a ferro e fuoco la zona gialla della città. I nuclei guerriglieri entravano e uscivano dai cortei per attirare sui manifestanti pacifici la reazione di polizia e carabinieri. Questi ultimi mandarono a Genova carabinieri di leva e autisti di automezzi che non conoscevano la città. Quindi a Genova ci fu una durissima guerriglia urbana. Alla guerriglia urbana però non si risponde con la Diaz e con Bolzaneto.

L’operazione Diaz fu fatta perché chi dirigeva le forze di polizia credette all’informazione che lì, nella sede del social Forum, si erano rifugiati anche i black bloc: sarebbe stata la prova del rapporto di complicità fra il Genova Social Forum e i guerriglieri della peggiore risma. La notizia fu data anche a Scajola e a Berlusconi dentro il G8. Le forze di polizia erano così sicure dell’informazione che Sgalla, allora il capo ufficio stampa della polizia, pre-allertò le televisioni perché arrivassero sul posto per riprendere gli avvenimenti. A guidare le operazioni c’era quel La Barbera che abbiamo già visto in azione nell’omicidio Borsellino e già questo era un errore di per sé, perché non si mette un “uomo di mano” come lui a guidare un’operazione così delicata. In coerenza con questa impostazione dissennata invece che gli uomini della Digos furono messi in campo gli uomini di un reparto mobile (i celerini) guidato da Vincenzo Canterini. Insomma fu fatta la scelta di affrontare l’operazione sul piano militare venendo meno ad un altro principio: non si mandano gli uomini delle forse dell’ordine al buio a fare una carica alla cieca. Da parte sua Vincenzo Canterini, il comandante del reparto celere, resistette all’ordine che gli era stato dato e propose di lanciare dentro la Diaz lacrimogeni, in modo tale che gli occupanti uscissero spontaneamente. Niente da fare, si voleva ottenere uno straordinario effetto mediatico con la polizia che si prendeva la rivincita e arrestava i black bloc in diretta televisiva. La diretta televisiva ci fu ma fu quella che mandò in giro per il mondo l’immagine di decine di giovani con la testa spaccata trascinati fuori dalla Diaz dai poliziotti. Così fu posta in atto la “carneficina di stampo messicano” di cui parlò un uomo della polizia. A Bolzaneto stessa musica perché a gestire qualche centinaio di arrestati, molti dei quali feriti, furono mandati gli uomini del Gom (cioè gli uomini specializzati nella repressione delle rivolte carcerarie), cioé i meno adatti a una situazione così delicata.

Come conseguenza di questa catena di errori e di reati è stata sostanzialmente decapitata la polizia di stato che aveva un gruppo dirigente di alto livello specializzato nella azione antimafia, ma che non aveva alcuna esperienza nella gestione dell’ordine pubblico, inadeguatezza manifestata già precedentemente a Napoli con un governo di centro-sinistra. La cosa singolare fu che chi dirigeva Bolzaneto, il magistrato Sabella, andò assolto da ogni addebito dimostrando la validità di due detti e cioè che “cane non morde cane”, e che forse in quel momento (due giorni) “egli non c’era e se c’era dormiva”. E veniamo alla vicenda di Mafia Capitale. Va fatta un’osservazione pregiudiziale: tutti coloro che ci hanno dato lezioni sul fatto che le sentenze si accettano e non si discutono sono scatenati, con in prima fila la presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi, contro la sentenza su Mafia Capitale. In molti avevano avanzato riserve sulla definizione di associazione mafiosa (in primis il Dubbio e il Foglio) Risultava clamorosa ed evidente la sproporzione fra quello che si leggeva di questa criminalità romana e ciò che sappiamo della mafia, di come essa opera e della potenza di fuoco che mette in campo quando decide di mettersi sul terreno militare. Ciò non toglie l’esistenza di alcuni fenomeni che vanno esaminati con precisione. A Roma c’erano alcuni filoni di corruzione organizzata con conseguente associazione a delinquere semplice: un filone è costituito dam molti imprenditori, l’altro è costituito da molti dirigenti comunali, il terzo è rappresentato da politici di derivazione post-fascista e di derivazione post-comunista, quelli che appunto in nome della questione morale erano andati a tirare le monetine a Craxi o a fare girotondi intorno alla Camera al grido di “Arrendetevi”. A Roma c’era una  combinazione micidiale fra cooperative rosse e politici post An e post PDS.

Tutto questo verminaio è reale, è stato colto con le mani nel sacco dal procuratore Pignatone e giustamente condannato, ma no aveva nulla a che fare con la mafia storicamente intesa. Ciò detto, diciamo a coloro che sono in preda a una crisi di nervi che anche in questo caso va applicato il metodo togliattiano dell’analisi differenziata (che egli applicava quasi a tutto tranne che all’URSS di Stalin). Al di fuori di questo filone di corruzione politico-amministrativa è molto probabile (ma va dimostrato caso per caso con tanto di prove) che varie attività economiche (ristoranti, alberghi, bar e negozi vari) sia stato comprato dalla mafia e dalla ‘ndrangheta, specie la prima, che ha ridotto la sua attività militare e incentivato quella della droga, degli appalti manipolati e che cerca di “sbianchettare” gradualmente i capitali acquisiti.

Quindi per un verso è a nostro avviso condivisibile la sentenza della magistratura giudicante di Roma, ma essa non esclude affatto la presenza della mafia e della ‘ndrangheta come tali a Roma (come a Bologna, dove d’intesa con le coop a suo tempo uno dei grandi costruttori di Catania ha costruito l’aeroporto). Quello che va respinto sono lo schematismo e il fanatismo. Poi attraverso tutte queste vicende il M5 Stelle ha conquistato il Comune. Dall’altro lato c’è stato il suicidio posto in essere sia dalla destra romana, sia dal PD che liquidò Marino senza pensare alle conseguenze: i consiglieri comunali del PD andarono dal notaio a firmare contro marino insieme a quelli di centro-destra e alle spalle di entrambi non c’era la mafia, ma la corruzione organizzata che abbiamo visto. In una situazione siffatta se non fossero scesi in campo i grillini (in effetti  guidati per alcuni mesi dai fratelli Marra) avrebbero vinto i forconi.

 

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