2017 settembre 20 Articolo su Il Dubbio / “Caro Fiano, non ho votato contro ma la tua legge non mi piace”

Articolo su Il Dubbio / “Caro Fiano, non ho votato contro ma la tua legge non mi piace”

La legge Fiano non mi convince, ma non ho partecipato al dibattito alla Camera né al voto perché tantomeno mi convinceva larga parte della compagnia (Fratelli d’Italia e Lega) che si è opposta ad essa: si avvertiva che una parte di questa opposizione ancora si riconosce in modo profondo con degli ideali del fascismo, che ha formalmente  dismesso per pure ragioni di realismo e di opportunità (vedi Fratelli d’Italia) ed era anche evidente che un’altra parte invece era contro la legge perché intendeva mantenere un rapporto, un collegamento con qualunque cosa di radicale, di estremista, di conflittuale si muove e si agita nella società volendo cavalcare ogni tigre, compreso quello dell’estremismo fascista (parte della Lega). Per capirci l’unica dichiarazione di voto nella quale mi sono riconosciuto è stata quella di Daniele Capezzone perché si trattava di un NO liberale e davvero antifascista, mentre larga parte degli altri NO erano illiberali, estremisti, nostalgici, una parte dei SI erano una manifestazione dell’antifascismo più scontato e rituale oppure erano anch’essi davvero illiberali, illiberali di sinistra: nulla di sorprendente, una parte della sinistra italiana è stata culturalmente autoritaria, addirittura totalitaria e poi dopo il 1989 ha riconvertito il leninismo in giustizialismo con i bei risultati che abbiamo visto e stiamo tuttora vedendo. Non ho voluto parlare in Aula anche perché stimo in modo profondo Emanuele Fiano, la una storia personale, la storia della sua famiglia e rispetto la sua passione politica. Per quello che mi riguarda mi riconosco nell’antifascismo liberale, in quello dei socialisti riformisti, in quello di Don Sturzo, costretto all’esilio dal collaborazionismo della Chiesa con Mussolini, nell’antifascismo eretico di Salvemini, di Rosselli, di Gobetti. C’è stato anche un altro antifascismo distinto da queste correnti, ma di altissimo livello culturale ed etico che è quello di Antonio Gramsci e di Umberto Terracini, che non a caso negli anni ’30 motivarono in modo profondo la loro distinzione etica e culturale dallo stalinismo. Per parte sua Terracini con Camilla Ravera si distinse anche dal patto Ribbentrop-Molotov.

Su una dimensione diversa mi riconosco in modo profondo nella cultura ebraica e in Israele e vivo ancora come un debito personale e collettivo quello che è stato perpetrato in Italia contro i nostri concittadini ebrei non solo dal razzismo fascista, ma anche dall’opportunismo di molti italiani. Ciò detto, però, esprimo un profondo rifiuto per l’antifascismo illiberale e talora anch’esso totalitario, quello per intenderci che diede vita a Piazzale Loreto, che continuò a sparare e a uccidere dopo il 25 aprile, quello che sparò ai partigiani non comunisti (vedi Porzus), quello, per intenderci, descritto da Pansa nei suoi libri, quello da cui poi sono derivate anche le Brigate Rosse (ricordiamoci quello che scrisse una testimone al di sopra di ogni sospetto, cioè Rossana Rossanda, a proposito dell’”album di famiglia”).

Orbene la legge Fiano per un verso è inutile, per altro verso è sbagliata, si può, anzi, si deve demistificare sul piano storico e culturale una memoria, non si può infliggere una condanna penale ad una nostalgia, anche se essa si esprime in modo un po’ grottesco, con le etichette, con i gadget, anche con i saluti a mano tesa, tutte paccottiglie alle quali anzi si è ridata un po’ di vita proprio nello scontro parlamentare su questa legge. Poi se il culto della memoria, la nostalgia diventano l’occasione per l’esercizio della violenza allora esiste già una legislazione adeguata per colpirli.

Visto che siamo in argomento, per le stesse ragioni non condivido le condanne penali degli “storici” (si fa per dire) negazionisti: il negazionismo va smontato, anzi è già stato smontato dalla ricerca storica sulla base di documenti incontestabili. Non è un caso che larga parte degli storici siano contrari a perseguire il negazionismo per via giudiziaria. Lo dico solo per paradosso: dato e non concesso che si voglia perseguire David Irving allora lo si condanni a stare per un giorno e una notte a Auschwitz. Per capire meglio le ragioni del nostro dissenso riportiamo l’articolo I della legge: “Viene condannato da sei mesi a due anni chiunque propaganda le immagini e i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista ovvero delle relative ideologie anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a lui chiaramente riferiti ovvero ne richiamano pubblicamente la simbologia e la gestualità”. Il testo è chiaro e proprio da questa chiarezza dissentiamo: non si condanna penalmente il culto della memoria, della nostalgia. E’ sacrosanto contestare sul piano culturale i valori e anche i risultati storici che sottendono quella memoria, quella simbologia, quelle immagini, ma appunto la riproduzione di immagini, di simboli, di testi non può diventare materia da codice penale.

Peraltro non si elimina il fascismo se quella simbologia ricomincia ad esercitare in settori minoritari del mondo giovanile con la minaccia costituita da un articolo di legge: l’unico contrasto efficace è quello di contrapporre immagini a immagini, nella forma della ricostruzione attraverso una rigorosa documentazione. In ogni caso a darmi una sollecitazione decisiva a scrivere queste riflessioni sono stati due episodi riguardanti rispettivamente Milano e Noli, una località in provincia di Savona. Un antifascismo per un verso sicuro di sé stesso, per altro verso insieme egemone culturalmente e “gentile” verso i vinti, gli sconfitti dalla storia (nel nostro caso i fascisti) ha pietas per i morti e quindi la giunta di Milano avrebbe fatto bene a continuare a inviare una corona per le tombe collocate nel campo X del cimitero Maggiore. Invece è un antifascismo “belluino” e fanatico quello che nega addirittura una targa in memoria di Giuseppina Ghersi, una ragazzino di 13 anni stuprata e fucilata da belve che facendo questa cosa hanno disonorato il nome di partigiano. Il richiamo giustificazionista all’atmosfera dell’epoca ai crimini fascisti invece non giustifica per niente queste efferatezze che si pongono sullo stesso piano dei peggiori crimini del fascismo repubblichino.

Di conseguenza una targa e un fiore sono il minimo che le persone civili a 70 anni di distanza possono collocare davanti alla tomba di un’adolescente così barbaramente trucidata, indipendentemente dalla sua appartenenza politica. Per aiutare a capire come queste cose vanno affrontate dedichiamo ai fanatici una bella citazione di Luciano Violante che è famosa ma che va riletta nella sua interezza: “Mi chiedo se l’Italia di oggi – e quindi noi tutti – non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri; non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà” (Luciano Violante, discorso di insediamento alla presidenza della Camera, 1996).

 

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