2017 novembre 22 Articolo su Il Dubbio / “Cari centristi, io dico che dobbiamo allearci di nuovo con il PD”

Articolo su Il Dubbio / “Cari centristi, io dico che dobbiamo allearci di nuovo con il PD”

Non dimentichiamo come tutta questa vicenda politica è iniziata, cioè in seguito ai risultati elettorali del 2013 che segnarono la sconfitta del bipolarismo all’italiana: il PDL perse 6 milioni di voti, il PD 3, il M5 Stelle risultò il primo partito alla Camera con il 25%. Questo risultato era il frutto del fallimento degli ultimi governi di centro-sinistra e di centro-destra (quello di Prodi dal 2006 al 2008 e quello di Berlusconi dal 2008 al 2011), della catena di scandali che avevano colpito il PDL (le cene eleganti di Berlusconi, il caso Fiorito, l’arresto di Cosentino), il PD (Penati e poi il caso MpS), la Margherita (il caso Lusi), la Lega Nord (Bossi, Belsito).

A ciò si aggiunse per il PD e per il PDL il peso di aver dovuto sostenere il governo “lacrime e sangue” di Monti che salvò l’Italia dal default, ma lo fece con una “cura da cavallo” (riforma pensioni, tassazione sugli immobili) nel suo complesso inevitabile per la prima voce (e adesso stiamo attenti a fare quello che dicono da un lato Salvini: “smontare la Fornero” e  lo stesso Berlusconi che parla di “1000 euro per tutti i pensionati” guardandosi bene dal dire come si può finanziare questa operazione) ma eccessivamente dura per la parte immobiliare.

In ogni caso di fronte a quel risultato il PDL e il PD reagirono in modo assai diverso. Bersani ricercò per circa 60 giorni di comporre un “governo del cambiamento” costituito da un monocolore del PD con l’appoggio esterno del M5 Stelle, dimostrando di non aver capito nulla del significato e anche della pericolosità del successo del M5 Stelle che esprimeva una protesta globale fondata sulla combinazione di materiali politici di estrema destra e di estrema sinistra e i suoi leader (Gianroberto Casaleggio e lo speaker Grillo) non avrebbero certo suicidato il movimento (tutto costruito dall’alto, in una chiave verticistico-autoritaria) per bruciarlo in un appoggio subalterno ad un monocolore PD.

Al contrario Berlusconi capì subito che l’unica via d’uscita era un governo delle larghe intese fra il PD e il PDL il cui presidente avrebbe dovuto essere del PD perché quest’ultimo aveva conquistato una maggioranza alla Camera prodotta anche dal fatto che la linea di attacco frontale in Alto Adige portata avanti dall’onorevole Biancofiore aveva spinto la SVP all’alleanza elettorale con il PD. Come vicepresidente del Consiglio Berlusconi propose Alfano per marcare la pari dignità fra i due partiti. In quell’occasione Berlusconi fece anche un’affermazione strategica, assai impegnativa. “Abbiamo fatto tanto per dare all’Italia un governo e avviare le riforme per la ripresa e questo non può essere messo in discussione, in pericolo per una sentenza infondata e e iniqua, dobbiamo sforzarci per tenere distinte le mie vicende personali dal governo e dalle riforme.

Mi rendo conto che lo sforzo non è facile soprattutto per me” (ANSA, 9 maggio 2013. Lo afferma Silvio Berlusconi in un’intervista al TG5). A sua volta Bersani subì questo stato di necessità ma, ritenendosi sconfitto, designò Enrico Letta come presidente del Consiglio. Sul piano politico Berlusconi risultò il vincitore di quella fase politica. Di conseguenza, quando solo qualche mese dopo Berlusconi, sospinto dalla componente estremista di Forza Italia, rovesciò inopinatamente quella linea togliendo il sostegno al governo Letta, ciò provocò il dissenso di quel gruppo di deputati e  di senatori che, guidati da Alfano, diede vita al Nuovo Centro Destra. Non fu un tradimento, fu un dissenso politico rispetto a quello che fu ritenuto un atto di irresponsabilità che avrebbe provocato la crisi di questa legislatura, il fallimento dichiarato sia del PDL sia del PD, una squillante vittoria per il Movimento 5 Stelle ma specialmente la sicura esplosione dello spread di fronte ad una destabilizzazione del quadro politico.

Se dopo circa cinque anni di governi (quello Letta, quello Renzi, quello Gentiloni) moderatamente riformisti sono state tentate delle ambiziose riforme istituzionali, è stata fatta una politica innovativa sul mercato del lavoro, è stata ridotta la pressione fiscale su alcune voci riguardanti le imprese, sono state fatte alcune iniziative (purtroppo contraddette da altre) sul terreno della giustizia (responsabilità civile dei giudici, intercettazioni), sono stati presi provvedimenti per la famiglia, se ci si è battuti in modo ferreo contro il terrorismo e contro le mafie, ciò è stato dovuto anche all’assunzione di responsabilità da parte di chi allora diede vita al NCD.

D’altra parte che quella fosse l’unica scelta possibile per salvare il sistema italiano è dimostrato dal fatto che circa un anno dopo anche Berlusconi (che fu colpito da una ingiusta interpretazione retroattiva di una legge già di per sé a nostro avviso ingiusta, cioè la legge Severino) uscì dall’emarginazione e dall’isolamento realizzando con il PD (con tanto di visita alla sede del PD) il “patto del Nazareno”. Non vogliamo qui ritornare sulle ragioni e i torti della successiva rottura di quel patto che, se mantenuto, avrebbe consentito il decollo di una grande riforma istituzionale. In ogni caso la rottura del patto del Nazareno fu negativa in molteplici direzioni. In primo luogo nei confronti del centro-destra dove comunque, anche sulla base di spinte internazionali, si è molto rafforzata l’area della destra populista, antieuropeista, sovranista  (dalla Lega a FdI).

Prendendo atto di quella realtà a suo tempo l’NCD ha cambiato il nome in Alternativa Popolare ritenendo che l’ipotesi di far decollare “un nuovo  centro-destra moderato” era fallita e che quindi si doveva lavorare per un centro che a sua volta fosse diverso, moderato e riformista. Come estremo tentativo di far aggregare una larga area di centro più recentemente AP ha rivolto un appello a Forza Italia perché fosse possibile trovare un’intesa in quella direzione, ma non c’è stata altra risposta che quella sprezzante “sui traditori” e la scelta di dar vita ad un patto politico con la Lega e di Salvini e Fratelli d’Italia che è certamente una coalizione elettorale, ma che già oggi presenta enormi contraddizioni sul terreno dei programmi di governo. In ogni caso, in tutti questi anni il PD e AP hanno dato vita ad un’esperienza di governo che, con tutti i suoi limiti, ha rimesso in moto l’economia italiana e ha realizzato riforme significative. Come spesso è avvenuto anche nel passato nella società italiana l’operazione riformista ha provocato durissime opposizioni da destra e da sinistra, come dimostra da un lato la deriva estremista radicale di una parte cospicua del centro-destra e dall’altro lato la scissione del PD e la indubbia radicalizzazione di larga parte del MdP.

A questo punto alla vigilia delle elezioni, a nostro avviso, Alternativa Popolare è di fronte a scelte politiche assai serie, ma anche conseguenti con quelle che ha fatto in questi anni. Il primo tentativo è stato quello di proporre l’aggregazione di una vasta area di centro, ma, come abbiamo visto, essa è stata scartata da Forza Italia. Sul versante opposto ci sembra evidente che si va all’aggregazione di una sinistra radicale fra MdP, SI, Possibile. In presenza di una legge elettorale fondata sulle coalizioni, allora per evitare di cadere nell’inesistenza politica quale sarebbe la scelta pregiudiziale di andare da soli (che a nostro avviso durerebbe lo spazio di un mattino per poi produrre un disordinato smottamento di pezzi di AP verso il centro-destra) allora ha un senso politico tradurre l’esperienza di governo in una coalizione politica fra centristi e sinistra riformista. Ciò deriva anche da un’analisi della qualità delle forze in campo. A nostro avviso per vent’anni, dal 1993 al 2013, il problema principale è stato quello di dare un’alternativa al giustizialismo di sinistra e ciò è stato il senso di fondo del centro-destra a guida Berlusconi, pur tra molteplici contraddizioni.

Oggi invece si deve trovare un argine e dare una risposta sul terreno dell’innovazione e del riformismo a due forti spinte negative: quella protestataria dei grillini, quella di un centro-destra a trazione leghista mentre invece una parte della sinistra si arrocca su posizioni massimaliste e ideologiche. Ci sono chiare tutte le contraddizioni del PD, ma è anche evidente che questi quattro anni hanno messo in evidenza che solo la tenuta della coalizione fra il PD, AP, Scelta Civica e altre forze centriste ha consentito la ripresa economica e una linea di razionalità e di mediazione rispetto a tante tensioni. Nello sfondo esistono una serie di vicende inquietanti: la rimessa in questione della linea di Draghi alla BCE (che ha salvato l’Italia e l’Europa), Brexit, la crisi tedesca, la crisi spagnola, e in più il fatto che il Mediterraneo è tutt’altro che pacificato (dalle migrazioni, al terrorismo, allo scontro fra sunniti e sciiti).

Allora è molto pericolosa l’ipotesi che si disperda il nucleo politico che, al di là delle sigle, degli ideologismi e di molti errori, ha dato al paese quasi cinque anni di razionalità, di stabilità, di riformismo possibile, di europeismo non subalterno. Molti giocano con il fuoco non rendendosi conto di muoversi dentro a una polveriera. A nostro avviso AP deve spendere le sue forze limitate con lo stesso coraggio messo in evidenza con le scelte fatte nel 2013. D’altra parte non vediamo in circolazione ipotesi politiche più valide e capaci di dare una risposta “di sistema”: francamente, di fronte alla drammaticità dei problemi che ci stanno davanti un’esperienza di nicchia ci sembra insieme inadeguata e velleitaria, e un ritorno nel centro-destra fatto per di più all’ultimo momento perché si avverte che il vento è cambiato, non avrebbe dignità politica e costituirebbe la negazione di una scelta fatta nel 2013 e tenuta ferma per cinque anni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *