2018 gennaio 17 Articolo su Il Dubbio / “Riformisti contro abolizionisti”

Articolo su Il Dubbio / “Riformisti contro abolizionisti”

Tutti i centri di ricerca, dall’Istat, al FMI, all’OCSE, al Censis, e studi argomentati come quello di Marco Fortis (“Un anno di crescita”, Il Foglio, 13 dicembre 2017) mettono in evidenza che in Italia c’è una crescita quale mai si è verificata nel nostro paese dal 2006. Siamo intorno all’1,5, – 1,6. Il traino è dato da due voci della domanda interna, cioè i consumi e gli investimenti in macchinari, attrezzature, che erano crollati negli anni precedenti. Ciò è stato favorito da precise misure della politica economica dei governi Renzi e Gentiloni quali i tanti bistrattati 80 euro e alcune riduzioni fiscali per le imprese e per i super-ammortamenti e gli iper-ammortamenti. Anche la flessibilità ottenuta dall’Europa è servita. Per l’entità del nostro debito pubblico non abbiamo potuto usare la voce degli aumenti di spesa pubblica (che infatti è stata compressa ed è continuata la stasi delle costruzioni). I dati dell’Istat ci dicono che la disoccupazione è all’11%, il tasso più basso dal 2012. Nel complesso ci sono stati 929mila nuovi posti di lavoro di cui 532mila a tempo indeterminato, il jobs act a qualcosa è servito.

Sempre l’Istat ha messo in evidenza che nel terzo trimestre del 2017 sono aumentati il reddito e il potere d’acquisto e si sono ridotti il deficit (ai minimi dal 2017) e la pressione fiscale (ai minimi dal 2011). Fra gli handicap che colpiscono la nostra economia c’è anche una dinamica demografica del tutto piatta per cui c’è un ruolo positivo sia dal punto di vista imprenditoriale sia dal punto di vista dei contributi versati dall’Inps da parte degli immigrati che lavorano (dato che nessun Salvini può negare): senza di essi avremmo dei problemi anche più seri di quelli che abbiamo oggi. Sul terreno del commercio estero siamo la 5°-6° nazione al mondo e una parte delle nostre imprese sono fortemente competitive per produttività e qualità. Non c’è dubbio che in questo 2017 positivo hanno pesato alcuni fattori internazionali: la ripresa del commercio estero, il crollo dei prezzi delle materie prime, il quantitative easing di Mario Draghi.

In questo quadro è fondamentale inserire nella politica economica finora condotta quello che è stato chiamato un “piano industriale per l’Italia delle competenze” qual è stato descritto in un lungo articolo sul Sole 24 Ore a firma del ministro Carlo Calenda e del segretario del FIM-CISL Marco Bentivogli che intende “costruire” (e non “abolire”) un futuro fondato su tre pilastri: la competenza, l’impresa, il lavoro. L’obiettivo fondamentale di questo piano è l’estensione massima dell’innovazione tecnologica nell’industria italiana che riguarda sia la digitalizzazione di una larga parte dell’industria italiana (finora solo un terzo delle imprese italiane è in grado di competere per tecnologia, qualità, produttività sui mercati internazionali), sia la formazione dei giovani (dove siamo così indietro che, in presenza di una disoccupazione giovanile molto elevata, una parte della domanda di lavoro non viene coperta per carenza di qualificazione) sia un salto di qualità sul terreno della contrattazione aziendale al fine di aumentare in parallelo salari e produttività.

Ovviamente tutto ciò è legato all’affermazione di una dimensione europea che è assolutamente fondamentale sia dal punto di vista dello scontro politico (battaglia fra europeisti e sovranisti) sia dal punto di vista economico (risposta articolata al nodo costituito dal fiscal compact), sia dal punto di vista sociale dove il nodo dell’immigrazione o è affrontato a livello europeo o produrrà esplosioni ancora maggiori di quelle finora avvenute. Rispetto all’Europa è allora fondamentale il rapporto che il governo italiano ha stabilito con quello francese (altro che resa dell’Italia alla Francia di cui hanno scritto alcuni giornali di destra) anche in vista di un possibile salto di qualità favorito dalla formazione di un governo di grande coalizione in Germania (augurandoci che la consultazione interna all’SPD non lo faccia saltare).

In questo quadro sono positivi i contenuti dell’ultimo position paper del governo italiano a proposito della nuova governance europea i cui punti salienti sono: una gestione comune ed il cofinanziamento della politica d’immigrazione alle frontiere dell’Europa; l’implementazione della difesa comune; una maggiore capacità di risposta ai problemi della sicurezza interna ed internazionale; l’avvio del piano Juncker basato sull’innovazione come driver per gli investimenti  al fine di garantire vantaggiose esternalità per i singoli paesi membri con al centro l’idea di una politica fiscale comune per quanto riguarda le imprese; un’azione precisa a favore delle giovani generazioni, nell’ambito del programma “nessun bambino deve essere lasciato indietro”; un miglioramento della struttura del bilancio per rilanciare le riforme e gli investimenti; l’inserimento delle implicazioni di politica finanziaria nelle raccomandazioni agli Stati membri; la gestione degli squilibri macroeconomici in chiave simmetrica ed in modo più efficiente; un’azione rivolta alla stabilizzazione dell’eurozona; il completamento dell’unione bancaria; la definizione di un ruolo diverso per ESM (il Fondo Salva Stati) grazie alla nascita def Fondo Monetario Europeo; l’istituzione di un Ministro delle Finanze europeo. Programma ambizioso, come si vede, di cui si comincerà a discutere seriamente nel momento in cui sarà più chiara l’evoluzione della situazione politica interna alla Germania.

Per i paesi in surplus tra cui l’Italia, una flessibilità di bilancio non di breve, ma di medio periodo, in grado di offrire un maggior orizzonte programmatico più certo in un arco temporale in cui le riforme realizzate possano produrre i loro effetti. Le maggiori risorse derivanti dalla riconosciuta maggior flessibilità non possono essere utilizzate per alimentare una spesa improduttiva, seppur giustificata socialmente ma devono invece alimentare nuovi investimenti o produrre riduzioni del carico fiscale. Per il resto occorre, invece, operare attraverso una spending review che non può significare semplici tagli ad una spesa corrente che è in linea con le medie europee, ma deve comportare una sua riqualificazione in termini di maggiori servizi al cittadino e ristrutturazione di un welfare fin troppo caotico ed iniquo a causa di una stratificazione legislativa che si è consolidata nel tempo e che corrisponde sempre meno alle mutate condizioni del paese.

Fin qui siamo sul terreno della razionalità.

Purtroppo il dibattito che si sta svolgendo in vista delle prossime elezioni è uscito fuori dalla razionalità economica e politica. È fortissimo il rischio che questi risultati così faticosamente raggiunti e che sono limitati rispetto alle esigenze di un paese devastato da anni di gravissima recessione siano annullati e travolti. Indubbiamente c’è una responsabilità anche da parte del governo, del PD, delle forze di centro che sono nel governo, di non essere riusciti né a far apprezzare i risultati raggiunti, né comunque a favorire l’affermazione di un’agenda di tipo riformista, gradualista, razionale.

Invece c’è uno scatenamento del peggio, sia da destra sia da sinistra (Liberi e Uguali). In primo luogo invece di “costruire” c’è una sorta di ebbrezza nell’esaltazione dell’“abolizione”, che vuol dire picconare e distruggere larga parte di quello che si è fatto: abolire la Fornero, abolire il jobs act, se possibile abolire l’Euro. Poi, quando dall’abolizione si passa alle proposte, esse prescindono totalmente dalle coperture e vengono avanzate ignorando qualsiasi vincolo di bilancio: così la flat tax (dai 30 ai 40 miliardi), tutte le pensioni a 1000 euro (da 4 a 18 miliardi), via l’Irap (13 miliardi), il reddito di cittadinanza (che può avere versioni diverse, ma quella minima costa almeno 15 miliardi), l’abolizione del canone Rai (1,7 miliardi), l’eliminazione delle tasse universitarie (1,6 miliardi: incredibile proposta avanzata da Grasso che va a vantaggio dei cosiddetti ricchi).

Per concludere: dopo anni di razionalità e anche di un riformismo certo condizionato e compresso e quindi “grigio”, non inebriante e non mobilitante, ma serio e reale, ci troviamo di fronte ad un’orgia di irrazionalità, di estremismo, di irresponsabilità. Un’affermazione dei grillini o del centro-destra può fare dell’Italia il paese che implode in sé stesso e che a sua volta fa esplodere gli equilibri europei con conseguenze devastanti per tutti. In questo quadro è davvero incredibile la linea di Liberi e Uguali, che ha un unico scopo: eliminare Renzi dalla vita politica. Allora, tutto è possibile, anche una nuova grottesca versione del patto Ribbentropp-Molotov che nel nostro caso prenderebbe i nomi di Di Maio e di Grasso. E’ vero che in molti casi la storia quando si ripete da tragedia diventa farsa. Nel nostro caso, però, avremmo entrambi gli elementi: una tragedia che si articola come una farsa grottesca, visti alcuni dei protagonisti che stanno in campo.

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